studioshiatsu

di Stefano Pighini

Un’ameba in comune

 

No, non si tratta del vostro nuovo sindaco!

Come ben sanno gli studiosi del pensiero di Shizuto Masunaga lo studio dell’ ameba è un terreno di sperimentazione importante per il maestro, poichè questo piccolo essere unicellulare è il custode inconsapevole dei segreti della vita. Volendo attribuire ai meridiani, ai canali energetici un valore fondante della vita, Masunaga immagina che essi devono poter essere individuabili in esseri particolarmente primitivi, prima che la differenziazione cellulare produca quella varietà che si riscontra sugli esseri pluricellulari. In altri termini poichè il sistema meridianico preesiste a quello nervoso, vascolare, linfatico, ecc… e dato che è estremamente difficile individuarlo negli organismi ad alta complessità come i mammiferi, devono esistere delle forme di vita molto semplici su cui trovare le tracce delle grandi funzioni vitali espresse dai meridiani. Immagina quindi il ciclo circadiano vitale, la curva energetica giornaliera degli organi e dei visceri,  come sovrapponibile alle funzioni vitali dell’ameba, e da lì per estensione a tutti gli esseri pluricellulari che sono seguiti.

Il ciclo dell’ameba secondo Masunaga è descritto soprattutto in Zen per Immagini  ma sono reperibili ottime sintesi anche in rete, ad esempio qui.

Ma come sarà venuta in mente l’ameba a Masunaga?

Abbiamo già avuto modo di notare in un altro post che Masunaga è un curioso esploratore della medicina e della scienza moderni occidentali, e uno studioso professionista di psicologia, che insegnerà alla Nippon Shiatsu School  di Tokyo per dieci anni.

E probabilmente sono  gli studi di psicologia da cui prende l’idea dell’ameba.

Un’idea originariamente usata da Sigmund Freud (1856-1939) per descrivere il meccanismo di funzionamento della libido in presenza di narcisismo patologico. Come l’ameba –  “composta di un grumo scarsamente differenziato di sostanza protoplasmatica” – allunga i suoi pseudopodi verso la sostanza nutritiva, prolungando verso di essa “la sostanza del suo corpo”,  (vol. VIII, p.567) così l’io investe con la propria libido gli oggetti, se ne appropria, ma, proprio come per l’ameba una quota di quello stesso slancio libidico resta all’interno dell’io, ed egli può in ogni momento ritrarre la quota di libido riversata sugli oggetti verso il proprio interno. Nello stadio narcisistico/ameboide le energie psichiche sono indifferenziate, e solo quando la pulsione trova un oggetto su cui proiettare la libido lo psicanalista  può distinguere tra pulsioni sessuali e pulsioni dell’io. Freud dice qui qualcosa di interessante. “Il ritrarsi della libido oggettuale nell’Io, non è direttamente patogeno” (lo stadio in cui l’animaletto protoplasmatico ritira i suoi pseudopodi), lo diventa quando “un determinato processo, dotato di forte energia, impone a forza il ritiro dagli oggetti”.  A quel punto tutta quella quota di libido/energia/pulsione si accumula all’interno dell’io e rischia di “non trovare la via di ritorno agli oggetti”. E’ “questo impedimento alla mobilità della libido” che diventa patogeno. “Possiamo anche immaginare che si sia giunti all’investimento oggettuale appunto perché l’io dovette sprigionare la sua libido per non ammalarsi a causa del suo ingorgo” (vol.VIII p.571). Abbiamo anche qui una traccia di un tema che tornerà spesso negli appunti di Masunaga, quando ragiona dell’approccio medico orientale che vede l’uomo sano come forma perfettamente rotonda in grado di ritornare ad essa dopo aver esaudito lo stimolo verso l’esterno (jitsu) o verso l’interno (kyo) e in caso di fissazione o ingorgo necessita di stimolazione appropriata in un verso o nell’altro (tonificare il Kyo, sedare il Jitsu).

 

 

Masunaga S. Zen Shiatsu p.17

Masunaga S. Zen Shiatsu p.46

 

In Freud tuttavia lo statuto della libido tende a modificarsi nel tempo. Si passa da una caratterizzazione quasi simile alla corrente elettrica, come negli scritti sopra riportati, ad una visione dove la libido è un costrutto concettuale, utile nella descrizione dei fenomeni psicologici ma che non possiede, all’interno del corpo umano, una “sostanza”, non è in altri termini un’energia soggetta a experimentum.

Un altro psicanalista, inizialmente tenuto in gran considerazione e poi ripudiato da Freud continuò invece a considerare la libido come una vera e propria energia rintracciabile nel corpo umano, soprattutto nella sua manifestazione più eclatante, quella dell’orgasmo. Whilelm Reich (1897-1957), la cui biografia è un inno anarchico e libertario alla vita, nei suoi studi danesi a seguito dalla fuga dalla Germania nazista (1934), indagò il diverso potenziale elettrico del corpo umano attraverso l’apposizione di elettrodi in vari punti. Reich trovò che le zone erogene rispetto alle altre parti avevano una curva del potenziale elettrico differente. Il potenziale inoltre aumentava a seguito di stimolo piacevole e diminuiva dopo uno stimolo spiacevole.

Si associa così una base fisiologica a quell’analogia già descritta da Freud sul comportamento degli organismi più primitivi quale l’ameba, e che viene caratterizzato da “uscita verso il mondo esterno” contrapposto a “ritiro in sè stesso”. Nel movimento elettrico di aumento del potenziale cutaneo si può trovare il correlato fisiologico della protrusione del citoplasma dell’ameba, mentre nell’abbassamento del potenziale dopo stimolo spiacevole si trova il correlato del ritiro degli pseudopodi. A questo punto Reich intuisce che dietro le funzioni del sistema nervoso autonomo parasimpatico (la pupilla si restringe, la vescica si apre, il ritmo cardiaco diminuisce, i vasi sanguigni cutanei si dilatano, ecc..) si cela una funzione globale di espansione percepita come desiderio, piacere, mentre per contro nel sistema simpatico (ritenzione degli sfinteri, aumento del battito cardiaco, attivazione vigile, ecc..) è all’opera una funzione globale di contrazione. Dalla prima si sviluppa l’emozione primaria del desiderio mentre dalla seconda la paura. Le emozioni quindi non sono prerogative degli organismi evoluti ma hanno la loro base in una polarità fisiologica orientata (dal centro alla periferia nel caso del desiderio e dalla periferia al centro nel caso della paura) di flusso bio-elettrico.

E’ improbabile che Masunaga non sia stato colpito da questa fonte di ispirazione che pareva andare proprio nella direzione vitalista, diametralmente opposta a quella dominante della medicina “meccanicista” e “biochimica” dominante in occidente. Inoltre lo Shiatsu descritto da Masunaga agisce proprio sul sistema nervoso autonomo parasimpatico, un aspetto sul quale egli torna più volte.

E’ altrettanto significativo che si sia astenuto (a mia conoscenza) dal citare Reich nei suoi lavori; il malcapitato fu addirittura arrestato dall’FBI nel 1957 al culmine di una campagna pluriennale di persecuzione e diffamazione. Reich morì in un carcere americano in quello stesso anno per arresto cardiaco.

Ma la storia non finisce qui perché un altro psicanalista, a noi più prossimo, Alexander Lowen (1910-2008) di cui Reich fu terapeuta e maestro, ripropone in termini molto simili a quanto fa Masunaga in Zen per Immagini alcuni esercizi. Anche qui ritornano le forme vitali primordiali di “apertura” e “chiusura”. Scoprite da soli questa traccia grazie al post della collega Cristina di Stefano.

Buon proseguimento!

 

 Bibliografia e sitografia

Masunaga S., Zen per Immagini. Esercizi dei meridiani per una vita sana, Mediterranee, Roma, 2013 (or.1987)

Masunaga S., Zen Shiatsu, Mediterranee, Roma, 2013 (or. 1977)

Vico V., Il “ciclo dell’ameba” secondo Shizuto Masunaga  http://vivashiatsu.blog/2013/11/28/il-ciclo-dellameba-secondo-shizuto-masunaga-shiatsu-zenshiatsu/

Freud S., La teoria della libido e il narcisismo, vol. VIII, Boringhieri, Torino, 2008 (or. 1915-17).

Bertagni G., Introduzione all’opera di W. Reich http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/psiche/fogliareich.pdf

Di Stefano C., Shiatsu e counseling bioenergetico. Una possibile integrazione http://www.cristinadistefano.it/shiatsu-e-counseling-bioenergetico/

 

 

Masunaga e la Gestalt

 

Vi sono dei luoghi nella produzione scritta del maestro Masunaga che rendono conto del suo metodo creativo di confronto con le tradizioni occidentali di pensiero con le quali entrava in contatto. Una delle più significative risiede nel confronto con la psicologia di cui era studioso e docente.

In cerca del modo migliore di descrivere l’efficacia descrittiva delle categorie orientali Yin/Yang e Kyo/Jitsu Masunaga propone ai lettori giapponesi un dialogo con la cultura occidentale, che qui proponiamo per rendere omaggio al suo metodo comparativo e dinamico.

Presentiamo la Gestaltpsycologie o Psicologia della forma come fa lo stesso Masunaga, che ne parla come di una psicologia centrata sulla nozione di struttura, cioè i fenomeni psicologici sono considerati come l’attuazione di forme che funzionano come insiemi strutturati, formando un insieme di relazioni tra stimolo e risposta che ha senso solo se considerato nel suo insieme, e che fuori da questo insieme non ha significato. Inizialmente applicata ai fenomeni percettivi (secondo la celebre formula “l’insieme è  di più della somma delle parti che lo compongono” ndr) è stato in seguito esteso alla psicologia e alla medicina indirizzandosi all’essere umano come un tutto inseparabile, al quale quindi anche un atto terapeutico deve rivolgersi con le stesse modalità. Una forma di olismo del pensiero occidentale dei primi del Novecento.  Ciò che ci interessa – perché è ciò con cui si confronta Masunaga – è il suo nocciolo metodologico:

La terapia della Gestalt respinge la tesi secondo cui nell’atto del vedere qualcosa si raccoglie una serie di frammenti visivi e li si raggruppa nell’oggetto visto. La Gestaltpsychologie ha affermato che il vedere è organizzato fin dall’inizio, ovvero che il vedere è una gestalt o una configurazione. Il campo ottico di un individuo è strutturato in termini di figura e sfondo. La ‘figura’ costituisce il punto focale dell’interesse – un oggetto, una struttura, ecc… – mentre ‘lo sfondo’ ne è l’inquadratura o il contesto. Esiste un’interazione dinamica tra figura e sfondo dal momento che il medesimo sfondo può, con il variare degli interessi e dell’attenzione, dare origine a figure diverse; a sua volta, la figura, se possiede dei dettagli, può essa stessa diventare lo sfondo dell’evento in cui qualche suo dettaglio emerge ora come figura. (Perls F., Hefferline R.F., Goodman P., p.43.)

Quando l’attenzione  si fissa su un dettaglio dello sfondo, questo “emerge” in superficie e diventa oggetto di coscienza, cioè figura. Ma al variare dell’attenzione su un altro particolare dello sfondo, la figura torna indietro (nell’inconscio) e affiora alla coscienza un altro contenuto figurativo. In effetti studi recenti di neuroscienze hanno scoperto ad esempio che vi sono neuroni dedicati in precise porzioni del cervello deputati al riconoscimento dei volti (Tsao, pp.64-71), per cui pare che il cosiddetto effetto-figura abbia delle basi neurologiche e non sia solo un costrutto concettuale. In ogni caso Masunaga riteneva che la teoria della percezione della Gestaltpsychologie fosse una buona approssimazione alla relazione che esiste tra lo Yin e lo Yang, dove lo “sfondo” corrisponde allo Yin e la “figura” allo Yang.  Ciò che più lo convinceva era la possibilità di considerare questo prestito dalla psicologia come utile nella descrizione della diagnosi tramite la relazione Yin-Yang. Così ad esempio “la condizione Yang corrisponde ad una situazione in cui l’effetto-figurativo dei sintomi è  preciso, chiaramente osservabile in un luogo determinato. Mentre per quanto riguarda la condizione Yin, essa sembra corrispondere ad una situazione in cui i sintomi, generalizzandosi a tutto il corpo, sono difficili da localizzare”. E così il vuoto-pieno (kyo-jitsu), tradotto come debolezza/vuoto e forza/pienezza in termini fisici, non permette di coglierne appieno la condizione patologica ma sfumata, di continuo passaggio tra Yang e Yin e viceversa.

Masunaga cita i disegni celebri di uno dei maestri della Gestalt, Edgar Rubin (1886-1951), in cui l’attenzione si fissa su una forma compiuta all’interno del disegno e lascia in secondo piano un’altra forma altrettanto compiuta ma inizialmente passata inosservata o viceversa.  In questi disegni doppi, il primo “colpo d’occhio” rivela solo una delle due figure possibili. Ebbene quello è lo Yang/Jitsu, come il disegno che colpisce,  salta subito in evidenza. Il suo effetto figurativo  blocca l’attenzione sulla sua forma e il resto passa sullo sfondo. Masunaga aggiunge che quando i sintomi sono così circoscritti l’intervento dell’operatore può essere risolutivo localmente perchè la costituzione, il “terreno” del ricevente è buono. In questi casi, anche trattando il sintomo direttamente è facile che il resto del corpo cooperi alla guarigione. Il Kyo invece è l’altra figura del disegno di Rubin, quella che si fatica a trovare, lo sfondo gestaltico dal cui fondo la forma non emerge immediata. Non solo, Masunaga dice anche che – proprio come i disegni di Rubin – anche se si riesce a cogliere questo secondo, esso tende a ritornare verso il fondo e si fa sempre fatica a percepirlo di nuovo. Quando i sintomi si collocano sul versante “sfondo” Yin/Kyo essi sono ambigui, incastrati tra di loro e di difficile lettura, sono intermittenti.

“Ad un tale stadio, un trattamento localizzato non ha  effetto, il malato soffre facilmente di problemi generati dai medicamenti e la causa del male è difficile da cogliere.” (Masunaga, pp.299-302) Queste sono generalmente le condizioni delle malattie croniche.  Per di più,  in queste circostanze non appena si viene a capo di un sintomo (ed esso torna sullo sfondo) ecco che altri fanno la loro apparizione in primo piano. Si ricordi a proposito quanto diceva la citazione poco più sopra riportata “la figura, se possiede dei dettagli può essa stessa diventare lo sfondo dell’evento, in cui qualche suo dettaglio emerge ora come figura”.  Questa dialettica sottile e sfumata tra Yang e Yin e tra Yin e Yang era proprio quello che Masunaga intendeva trasmettere!

 

Bibliografia

Perls F., Hefferline R.F., Goodman P., Teoria e pratica della terapia della Gestalt. Vitalità e accrescimento nella personalità umana, Astrolabio, 1971 (or.1951)

Masunaga S., Shiatsu et médicine orientale, Le courrier du Livre, 2010 (or. 1977)

 Tsao Y.D., Il codice neurale dei volti, Le Scienze, n.610, giugno 2019.

 

 

 

 

 

Settimana dello Shiatsu 2020

Il video-intervista registrato in occasione della Settimana dello Shiatsu 2020 a cura della FISIEO.

L’esperienza diretta dei professionisti, la voce dei familiari. Le potenzialità dello shiatsu non solo per chi lo riceve ma anche per chi lo pratica….

Shiatsu con i disabili

 

Il flusso del Ki in Masunaga. La risonanza

La fisica classica occidentale naturalmente parla di energia e delle sue modalità di movimento. La cultura orientale ne parla in altri termini e da molto più tempo di noi, con sensibilità diverse.

Masunaga in un articolo di molti anni fa descriveva  le caratteristiche di una “corrente” sotto le sue mani, mentre operava sul corpo dei riceventi.

Ma è possibile tradurre quelle esperienze in una chiave di lettura occidentale?

Lo scopo di questo breve saggio è stimolare una riflessione sulla natura e le modalità di propagazione del Ki, a partire dai testi di Masunaga.

 

 

 

Origini dello Shiatsu

Shiatsu è un termine relativamente recente coniato negli anni Dieci del XX secolo da Tamai Tempaku, esperto di Anpuku, Anma e Do-in, tecniche di manipolazione più antiche che sono le progenitrici dell’odierno Shiatsu. Queste tecniche furono sviluppate in Cina lungo un arco di diversi secoli. Portate in Giappone da monaci-medici buddisti coreani le “pratiche di salute” si accompagnarono alla penetrazione del buddismo nell’isola. Tra le pratiche di salute importate dalla Cina, Il do-in è molto simile allo Yoga. Tra le tecniche manuali troviamo invece l’Anma e l’Anpuku da cui deriva in gran parte lo shiatsu attuale. L’Anma (An-”premere” Ma-”strofinare”) è un tipo di massaggio che si avvale di tecniche di stiramento, frizione e mobilizzazione delle articolazioni, è anche noto come “il massaggio dei samurai”. L’Anpuku ( An è qui “calmare con la mano” puku o fuku è il “ventre”) è un trattamento manuale dell’addome che ha lo stesso ceppo originario cinese ma poi si è particolarmente arricchito e sviluppato in Giappone in epoca medievale, sebbene il testo di riferimento appartenga all’epoca Edo e sia del 1827 “Anpuku Zukai” (Dizionario illustrato del massaggio addominale). Questo testo uscirà tradotto in italiano (nel 2019) grazie ai tipi di Shiatsu Milano Editore.

Come si diceva la codificazione dello Shiatsu è recente (XX secolo) e di matrice giapponese. Il primo testo esclusivo dedicato è del M° Tempaku “Shiatsu-Hou” (1939). Il ministero della Sanità giapponese riconobbe lo Shiatsu solo nel 1955, grazie al lavoro iniziato già dal 1940 da Tokujiro Namikoshi che aveva fondato il Japan Shiatsu College dove si insegnava uno Shiatsu sugli tsubo (i punti di agopuntura), poi “adattato” alle esigenze post-belliche, in cui i vincitori della guerra avevano imposto uno sradicamento della cultura tradizionale. Namikoshi “orientando” lo shiatsu verso un terreno comprensibile agli occidentali occupanti lo avvicinò ai principi fisioterapici e alla fisiologia occidentale. E’ probabile però che così facendo riuscì anche a salvarlo permettendogli di sopravvivere. Quando la distensione internazionale lo permise, anche l’ anima più “orientale” dello shiatsu rispuntò, grazie al lavoro di Shizuto Masunaga, già allievo di Tenpeki Tamai e di Namikoshi. Fu Masunaga e la scuola da lui fondata (Iokai Shiatsu Center nata nel 1968) a resuscitare la lettura energetica dello shiatsu ampliando a tutto il corpo la rete dei meridiani principali e inserendo nella pratica i concetti di pieno e vuoto (kyo e jitsu) ancora oggi alla base del suo metodo. Codificò inoltre le mappe per le aree di diagnosi addominale e dorsale. Semplificando al massimo si può dire che Namikoshi ha sviluppato uno shiatsu che guarda più ai criteri di intervento classici della medicina occidentale (orientata dal sintomo e mirante al suo trattamento diretto), mentre Masunaga ha valorizzato maggiormente la sua declinazione orientale, centrata sui concetti di Qi (Ki), meridiani energetici e dimensione percettiva dell’operatore. Entrambi però prendono le mosse dalla definizione di Shiatsu data dal Ministero giapponese della Sanità e del Benessere che qui riportiamo: “la shiatsuterapia è una forma di manipolazione che si esercita, le altre dita e le palme delle mani, senza l’ausilio di strumenti, meccanici o d’altro genere. Consiste nella pressione sulla cute, intesa a correggere le disfunzioni interne, a conservare e migliorare lo stato di salute o a trattare malattie specifiche”.

Per un approfondimento sulla storia dello shiatsu ti consiglio di leggere questo articolo http://www.ukigumo.it/un-po-di-cultura/shiatsu/

e questo di Valter Vico https://vivashiatsu.blog/lo-shiatsu-a-torino/le-origini-dello-shiatsu/

Per l’attualità e le risorse editoriali https://www.shiatsumilanoeditore.it/

Altre informazioni recenti di carattere storico si trovano in:

Introduzione de “I meridiani Shiatsu” Atlante di Fabio Zagato, Edra Edizioni, Milano, 2015,

informazioni  sulle diverse tecniche e sugli aspetti più scientifici dello shiatsu in:

Andrea Mascaro “Lo Shiatsu”  in “La PNEI e le disciplinee corporee” di AA.VV., Edra Edizioni, Milano, 2018.

Articolo su naturalmania.it

Ringrazio gli amici di www.naturalmania.it che mi hanno chiesto un contributo di approfondimento

Potete leggerlo qui e già che ci siete date un’occhiata al resto del loro bellissimo sito!

 

Sensibilità differenziata e primitiva

La chiave per un buon trattamento Shiatsu secondo Masunaga non sta tanto nelle capacità tecniche dell’operatore, cioè nelle doti manipolatorie o nel virtuoso gioco delle sue dita, quanto piuttosto nella capacità di sentire in profondità, restando in ascolto della sensibilità primitiva.

La sensibilità primitiva, si contrappone puntualmente alla sensibilità differenziata. Al contrario di questa non si attiva se la coscienza dell’operatore e le sue mani restano vigili in attesa di “sentire qualcosa”, ma si rende percettibile in misura inversamente proporzionale allo stato vigile e cosciente. Vediamole più in dettaglio.

Sensibilità differenziata (occidentale)

Cercare qualcosa da percepire durante l’esplorazione del corpo altrui è una costante del tocco medico occidentale. Non è una nostra esclusiva, anche in Giappone questa modalità del tocco è ben nota e prende il nome di Shokushin o sensazione localizzata. Osserviamola però nel nostro contesto occidentale.

Chiunque ha esperienza della palpazione medica, dall’età pediatrica sino a quella adulta. Il tocco del medico occidentale ha l’obiettivo di individuare un’anomalia (un ingrossarsi dei linfonodi, un ascesso, una diversa tensione muscolare, una deviazione dello scheletro, ecc…). Il suo è un tocco intenzionale, a volte anche fastidioso e doloroso per chi lo riceve. In base alla sua esperienza il nostro medico di famiglia, durante le operazioni di palpazione compirà una serie di operazioni mentali di comparazione che lo condurranno a ritenere la situazione normale o anormale. Com’è noto, per motivi di igiene e profilassi spesso il contatto della pelle del medico con quella del paziente non avviene nemmeno. Negli ultimi anni, poi, i consulti medici si fanno al telefono, e le occasioni di contatto sono ridotte al minimo. Ho esperienza diretta di un medico di famiglia che per aver trascurato di effettuare una visita domiciliare, nonostante i dolori del paziente, ha rischiato di far morire una persona con un tumore alle ovaie! Pur senza arrivare a queste situazioni-limite resta una caratteristica della medicina occidentale l’idea che la conoscenza medica non abbia alcun bisogno del contatto pelle a pelle per emettere il suo verdetto.

Sensibilità primitiva (orientale)

L’approccio proposto da Shizuto Masunaga è diametralmente opposto, al punto che può anche essere difficile da accettare. Per lui non c’è bisogno di avere particolari conoscenze nè un’esperienza pluridecennale: “basta entrare in empatia vitale con lo stato anomalo del malato attraverso l’intermediazione della pelle” (Shiatsu et médicine orientale, p.41). Comparazione ed esperienza non sono affatto indispensabili a prendere coscienza di una condizione di anormalità, l’istinto è sufficiente (ibidem). Il risultato sarà il raggiungimento di un tocco di qualità diversa. In Giappone si chiama Setsushin o percezione vitale globale.

Sarebbe facile reagire a queste affermazioni con un’alzata di spalle o un’aria di superiorità, ma se si riesce per un attimo a non farsi prendere da infantili eurocentrismi si può tentare di considerare le ragioni di Masunaga a cospetto dei nostri pregiudizi correnti.

In primo luogo le concezioni della diagnosi sono diverse nei due contesti culturali. Mentre l’intervento curativo occidentale è sintomatico, quello tradizionale orientale (ma anche antico-occidentale, si pensi ad Ippocrate!) è orientato all’osservazione della persona nel suo complesso. Ciò comporta che un sintomo, per quanto acuto, non è mai considerato determinate per la diagnosi nel trattamento curativo orientale, mentre la sintomatologia è centrale nell’approccio occidentale. Le modalità di accertamento della “malattia” sono sottoposte a vincoli formali stringenti che prescindono dalle caratteristiche individuali (la temperatura corporea, alterazioni nei valori ematici, ecc..) in medicina occidentale mentre le componenti psicosomatiche e fisiognomiche giocano un ruolo maggiore nella medicina orientale.

In secondo luogo per Masunaga non è necessario che il terapeuta manuale che lavora sui meridiani si trovi di fronte a delle anomalie acute, tali da alterare le funzioni organiche o meccaniche, per poter intervenire. Molta attenzione viene posta sul momento preventivo, per cui è perfettamente coerente con l’impostazione culturale orientale individuare uno squilibrio energetico in un soggetto apparentemente “sano” o che “non prova dolore”. Nella nostra cultura invece il dottore si contatta solo nel momento del bisogno, quando cioè il danno di solito ha già prodotto i suoi effetti.

In terzo luogo, ma non certo per ordine di importanza, il contatto tra la pelle dell’operatore e quello del ricevente non è un accidente della terapia, qualcosa da risolvere in fretta per passare poi alla prescrizione del farmaco o dell’analisi di laboratorio. E’ invece attraverso una particolare modalità di intendere il tocco sulla la pelle che agisce il ritmo salutare dello shiatsu. Bisogna subito riconoscere però che non è possibile generalizzare questa concezione di Masunaga alla medicina orientale tradizionale nel suo complesso. In diversi luoghi degli scritti che ci sono giunti tradotti in lingue occidentali egli polemizza con colleghi agopuntori giapponesi che non hanno alcuna propensione alla manipolazione o al contatto prima dell’apposizione degli aghi. Egli rimprovera loro di dimenticare che originariamente, il primo gesto dell’uomo è sempre stato legato alla mano che cerca di tamponare il male con il calore o lo strofinamento. Certe accentuazioni delle sue posizioni (che possono apparire paradossali) sono quindi comprensibili anche nel clima polemico entro il quale l’Autore era inserito e che lo vedevano impegnato non meno della sua attività clinica. Ciò che egli vuole salvare è il ripristino di una purezza della tradizione orientale, e l’idea che quella sensibilità arcaica, primitiva, che passa dal coinvolgimento empatico tra operatore e ricevente, è alla base dell’efficacia del trattamento.

Masunaga è molto preciso in merito: se il terapeuta riesce a far comunicare la sua sensibilità primitiva con quella del ricevente la stimolazione esercitata sui Keïketsu (i 365 punti di agopuntura distribuiti sui 12 meridiani principali) agirà risvegliando la risonanza dei meridiani e quindi l’equilibrio si propagherà nella totalità del corpo (ibidem, p.40). La sensibilità primitiva è qualcosa di cui si fa esperienza quotidiana senza alcun bisogno di avere gradi di illuminazione superiore. Essa è in azione – ad esempio – al momento del risveglio, quando ancora la nostra attenzione non è orientata verso nessun oggetto o scopo in particolare. Certo, per l’operatore, raggiungere uno stato di tranquillità mantenendo una tensione muscolare uniforme e contemporaneamente non orientata ad interpretare ciò che sta toccando, è operazione tutt’altro che semplice e richiede una notevole capacità di concentrazione. Ma quanto più sarà senza volontà il tocco tanto maggiore sarà il coinvolgimento della sensibilità primitiva dell’operatore. Egli deve sforzarsi di entrare in uno “stato di tranquillità” capace di neutralizzare la sua percettività tattile a livello della pelle, alfine di tendere all’abolizione della separazione netta tra io e l’altro. “La vita è nella sua essenza qualcosa che ha a fare con lo scambio e si avverte grazie alla simpatia reciproca attraversando le frontiere del sè” (ibidem p.41). Siamo qui di fronte ad uno degli snodi più profondi e filosoficamente densi del lavoro di Masunaga che sarebbe impossibile apprezzare senza il riferimento alla radice zen e taoista della sua lezione. Le nostre obiezioni sorgono spontanee e implacabili, come quelle dello studente (ma in realtà professore di filosofia) Herrigel al cospetto dell’enigmatico maestro Awa Kenzo. Com’è possibile agire senza agire? Scoccare la freccia e portare il peso senza che sia veramente questo mio corpo a farlo intenzionalmente?

Anche la non-volontà del tocco deve essere comunque mossa da un’intenzione, seppur non finalizzata, e la tecnica ha le sue esigenze di attenzione vigile quando si appresta a cercare i kyo e i jitsu nello scorrimento del Qi attraverso I meridiani. Eppure, la freccia che parte dall’arco dell’iniziato all’arte del kyudo si tira da sè, tanto che quando il tiro riesce si usa riverire con un inchino non il tiratore ma l’arte che lo ha animato, così nello shiatsu di Masunaga lo stato di tranquillità, di “atarassia” – scrive – corrisponde nello stesso modo a quel lasciarsi andare senza sforzo verso il non-sè, cioè verso il proprio vero sé.

Bibliografia

Masunaga S., Shiatsu et médicine orientale Le courrier du Livre, 2010.

Herrigel E., Lo zen e il tiro con l’arco, Adelphi, 1975.

Manuale di agopuntura,Hoepli, 1999.

“Dare spazio” il master di Valter Vico su Shiatsu e disabilità

Di ritorno da una due giorni (29-30 giugno 2019) di studio e pratica presso la bellissima struttura gestita dalla cooperativa Nuova Idea ad Abano Terme (PD).

 

Il master ha rappresentato un’occasione per ascoltare osservare e praticare alcune delle proposte che Valter Vico ci ha offerto sulla base della sua pluridecennale esperienza con persone portatrici di handicap fisico e psichico.

Elvira de Nucci, educatrice oltre che operatrice Shiatsu con grande esperienza ha aperto le danze fornendo un quadro generale delle tipologie di disabilità (degenerativa/stabilizzata, psichica/fisica, congenita/acquisita, ecc…). Ma fin dalle prime battute l’attenzione si è tutta concentrata sulle problematiche relative al contatto, sia della persona disabile con il proprio corpo, sia dell’operatore verso questa categoria di riceventi. Con un approccio pragmatico e concreto che ha caratterizzato l’impianto della due giorni, Elvira ha fatto presente agli operatori di fare attenzione poichè spesso si ha a che fare con corpi accuditi, gravati di complessi e rimozioni da parte della persona disabile; al tempo stesso i disabili non sono bambini e l’operatore deve mantenere le giuste distanze che salvaguardino la dignità di entrambi, senza sentimentalismi nè slanci amorevoli scriteriati. Dal tono della voce all’abbigliamento, una molteplicità di dimensioni cui tenere conto. Gli aspetti  pratici del lavoro con le persone disabili sono state costantemente al centro della scena per entrambi gli autori, e se il setting si è rivelato importante ancora più centralità è stata data alla relazione che si viene ad instaurare tra terapeuta e ricevente.

Valter Vico partendo dal presupposto che l’operatore non ha in generale – e ancora più in questi casi – nessun potere salvifico e di cura della malattia in quanto tale, ha sottolineato la responsabilità di rendere contenta la persona portatrice di handicap. Questa apparente banalità si converte nel suo contrario se seguiamo la sua proposta operativa basata sul dare spazio, accrescere le possibilità, sia sul piano fisico (anche solo del respiro in caso di immobilità del ricevente) sia sul piano mentale. Spesso infatti, soprattutto gli autistici hanno proprio nella chiusura posturale e di conseguenza psichica la cifra caratteristica. Vico ha dato delle indicazioni su particolari sequenze di punti da utilizzare nel ripristino di funzioni biologiche, e pur non ignorando il ruolo dei meridiani ha proposto di  spostare l’attenzione maggiormente sui dismorfismi, cioè sulle modificazioni della forma corporea del disabile  che comportano spesso una sofferenza silenziosa e che magari data per scontata anche dai care-givers più prossimi, come i familiari. A differenza della fisioterapia però l’approccio resta energetico, anche se piuttosto diverso da quello proposto da Masunaga. Seguire la forma che la disabilità ha imposto, seguirne e assecondarne fino ad un certo punto le linee di tensione, questo il metodo profondamente empatico proposto da Vico: ” osservate la postura, le contrazioni degli arti, poi chiudetevi in bagno per un’ora. Durante questo periodo assumete la sua stessa postura della persona che tratterete…  adesso sentite su di voi quelle linee di tensione, quali meridiani interessa e percepite quale forza straordinaria e spiacevole sta modellando il vostro corpo”. Una situazione immersiva, “tridimensionale” come l’ha efficacemente battezzata lo stesso Vico, che rompendo ogni distanza impegna in un lavoro percettivo assai raffinato che solo un maestro riesce a sviluppare appieno… Poi, dopo aver raggiunto una soglia si comincia ad andare nella posizione opposta, si “aprono le ali”, senza forzare e con leggera progressione si cerca cioè di dare spazio al corpo-mente compresso da tali forze.

In conclusione un’esperienza nuova, di grande arricchimento professionale, anche perchè sono stati affrontati vari aspetti del lavoro con la disabilità, non ultimo quello burocratico-amministrativo, spesso carente e non pienamente valutato da parte dall’operatore al momento della presentazione di un progetto presso una struttura.

Ringrazio Valter ed Elvira per questa opportunità e tutti i simpaticissimi compagni di viaggio che ho incontrato, dalla cui esperienza ho appreso e imparato.

 

Uno studio di caso

Nel 2018 ho condotto uno studio di caso presso una residenza diurna psichiatrica a Sesto Fiorentino.
 Di seguito presento in sintesi il disegno della ricerca i risultati osservati le criticità riscontrate


Disegno della ricerca

1 ciclo di 9 trattamenti (1/settimana)

Ricevente affetto da sordomutismo  e dipendenza da sostanze stupefacenti (donna di 44 anni con diverse problematiche anche di tipo comportamentale e un’esperienza carceraria alle spalle)

Per ogni sessione:

  • 1 trattamento shiatsu 45/60 minuti
  • 3 questionari ( inizio/fine trattamento 1 scala VAS +  inizio trattamento 1 scala ESAS)

Di seguito gli strumenti utilizzati

Le scale VAS (più immediata) ed ESAS sono qualitative e soggettive, nel senso che cercano di cogliere nell’immediato lo stato d’animo e di fotografare la percezione soggettiva dell’utente. Nel caso di un utente psichiatrico naturalmente questi strumenti – già di per sè non scevri da criticità – sono ancora più complessi da analizzare, soprattutto se non vengono integrati (come è stato in questo caso) da strumenti di valutazione provenienti da altre fonti qualificate (operatori sanitari e familiari). Purtroppo per i limiti organizzativi e logistici di questa esperienza non è stato possibile ricavare tali ulteriori dati e incrociarli con i risultati dei questionari.

Queste  le risposte del Ricevente visualizzate attraverso grafici

I risultati

Nell’ultimo grafico (pag.6)  vengono accostati risultati pre/post VAS (quindi prima e dopo il trattamento) e la scala di benessere generale che non è altro che la media ricavata dalle risposte della scala ESAS. La ragione del picco di benessere raggiunto in modo improvviso nel corso della quinta seduta non è stato possibile spiegarlo. Tuttavia dall’andamento del grafico del benessere generale si nota un miglioramento sensibile rispetto all’inizio del trattamento.

Nel follow-up (a 6 mesi dalla fine dei trattamenti) i miglioramenti più sensibili si sono registrati sotto il profilo dell’umore, ma non solo. Il Ricevente ha intrapreso una dieta e ha deciso di riprendere ad andare a cavallo, un’antica passione che era stata accantonata. Anche i rapporti con i familiari più stretti sono migliorati!

Confermati tutti gli aspetti già emersi in tutti gli studi simili, legati al maggior coinvolgimento del Ricevente attraverso un progressivo (seppur minimo) rilassamento dei tessuti e una regolarizzazione del respiro.

Le criticità

  1. mancato o scarso coordinamento con le altre figure di cura (psicologo/assistente sociale/medico, ecc…;
  2. mancato o scarso collegamento con i familiari;
  3. mancanza di continuità operativa (più cicli di trattamento e quindi osservazioni più consistenti da un punto di vista temporale);
  4. necessità di incrociare più fonti informative in caso di persone affette da problematiche psichiche di una certa entità.

Se hai esperienze di questo tipo,  hai usato altri strumenti di valutazione, oppure vuoi commentare, usa questo spazio per condividere

Volontariato e Shiatsu

In Italia, com’è noto, il volontariato supplisce da sempre alle carenze del sistema di welfare state. Da diversi anni, da quando cioè il “taglio alle spese” ha cominciato a mordere, prima i comuni e recentemente le strutture di assistenza e cura primarie come gli ospedali e i PS hanno cominciato a sentire sulla pelle gli effetti di una politica costante di tagli e riduzioni di risorse.

Che anche gli operatori shiatsu contribuiscano con la loro opera gratuita al benessere di tante persone è l’ennesima dimostrazione della serietà e dell’impegno che tanto la Federazione quanto i singoli profondono nel portare avanti la conoscenza e i benefici dello shiatsu.

Mi domando però se così facendo non si contribuisca a collocare la disciplina in una nicchia secondaria, subordinata rispetto ai trattamenti sanitari convenzionali, accettando di fatto che fare shiatsu sia considerato un “hobby”, e che quindi anche dall’esterno sia percepito come poco essenziale.

Lungi da me criticare i volontari e il loro prezioso contributo, ma non sarebbe più utile cominciare a lottare affinchè lo shiatsu venisse inserito stabilmente nei protocolli multidisciplinari di cura che già esistono, ad esempio nel campo della disabilità psichica, piuttosto che limitarsi a proporre interventi esterni, che nel 99,9% dei casi forniscono ottimi risultati ma che si affidano al “buon cuore” dei dirigenti ASL per una loro implementazione e un inquadramento più stabile nelle strutture pubbliche?

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