studioshiatsu

di Stefano Pighini

Il flusso del Ki in Masunaga. La risonanza

La fisica classica occidentale naturalmente parla di energia e delle sue modalità di movimento. La cultura orientale ne parla in altri termini e da molto più tempo di noi, con sensibilità diverse.

Masunaga in un articolo di molti anni fa descriveva  le caratteristiche di una “corrente” sotto le sue mani, mentre operava sul corpo dei riceventi.

Ma è possibile tradurre quelle esperienze in una chiave di lettura occidentale?

Lo scopo di questo breve saggio è stimolare una riflessione sulla natura e le modalità di propagazione del Ki, a partire dai testi di Masunaga.

 

 

 

Origini dello Shiatsu

Shiatsu è un termine relativamente recente coniato negli anni Dieci del XX secolo da Tamai Tempaku, esperto di Anpuku, Anma e Do-in, tecniche di manipolazione più antiche che sono le progenitrici dell’odierno Shiatsu. Queste tecniche furono sviluppate in Cina lungo un arco di diversi secoli. Portate in Giappone da monaci-medici buddisti coreani le “pratiche di salute” si accompagnarono alla penetrazione del buddismo nell’isola. Tra le pratiche di salute importate dalla Cina, Il do-in è molto simile allo Yoga. Tra le tecniche manuali troviamo invece l’Anma e l’Anpuku da cui deriva in gran parte lo shiatsu attuale. L’Anma (An-”premere” Ma-”strofinare”) è un tipo di massaggio che si avvale di tecniche di stiramento, frizione e mobilizzazione delle articolazioni, è anche noto come “il massaggio dei samurai”. L’Anpuku ( An è qui “calmare con la mano” puku o fuku è il “ventre”) è un trattamento manuale dell’addome che ha lo stesso ceppo originario cinese ma poi si è particolarmente arricchito e sviluppato in Giappone in epoca medievale, sebbene il testo di riferimento appartenga all’epoca Edo e sia del 1827 “Anpuku Zukai” (Dizionario illustrato del massaggio addominale). Questo testo uscirà tradotto in italiano (nel 2019) grazie ai tipi di Shiatsu Milano Editore.

Come si diceva la codificazione dello Shiatsu è recente (XX secolo) e di matrice giapponese. Il primo testo esclusivo dedicato è del M° Tempaku “Shiatsu-Hou” (1939). Il ministero della Sanità giapponese riconobbe lo Shiatsu solo nel 1955, grazie al lavoro iniziato già dal 1940 da Tokujiro Namikoshi che aveva fondato il Japan Shiatsu College dove si insegnava uno Shiatsu sugli tsubo (i punti di agopuntura), poi “adattato” alle esigenze post-belliche, in cui i vincitori della guerra avevano imposto uno sradicamento della cultura tradizionale. Namikoshi “orientando” lo shiatsu verso un terreno comprensibile agli occidentali occupanti lo avvicinò ai principi fisioterapici e alla fisiologia occidentale. E’ probabile però che così facendo riuscì anche a salvarlo permettendogli di sopravvivere. Quando la distensione internazionale lo permise, anche l’ anima più “orientale” dello shiatsu rispuntò, grazie al lavoro di Shizuto Masunaga, già allievo di Tenpeki Tamai e di Namikoshi. Fu Masunaga e la scuola da lui fondata (Iokai Shiatsu Center nata nel 1968) a resuscitare la lettura energetica dello shiatsu ampliando a tutto il corpo la rete dei meridiani principali e inserendo nella pratica i concetti di pieno e vuoto (kyo e jitsu) ancora oggi alla base del suo metodo. Codificò inoltre le mappe per le aree di diagnosi addominale e dorsale. Semplificando al massimo si può dire che Namikoshi ha sviluppato uno shiatsu che guarda più ai criteri di intervento classici della medicina occidentale (orientata dal sintomo e mirante al suo trattamento diretto), mentre Masunaga ha valorizzato maggiormente la sua declinazione orientale, centrata sui concetti di Qi (Ki), meridiani energetici e dimensione percettiva dell’operatore. Entrambi però prendono le mosse dalla definizione di Shiatsu data dal Ministero giapponese della Sanità e del Benessere che qui riportiamo: “la shiatsuterapia è una forma di manipolazione che si esercita, le altre dita e le palme delle mani, senza l’ausilio di strumenti, meccanici o d’altro genere. Consiste nella pressione sulla cute, intesa a correggere le disfunzioni interne, a conservare e migliorare lo stato di salute o a trattare malattie specifiche”.

Per un approfondimento sulla storia dello shiatsu ti consiglio di leggere questo articolo http://www.ukigumo.it/un-po-di-cultura/shiatsu/

e questo di Valter Vico https://vivashiatsu.blog/lo-shiatsu-a-torino/le-origini-dello-shiatsu/

Per l’attualità e le risorse editoriali https://www.shiatsumilanoeditore.it/

Altre informazioni recenti di carattere storico si trovano in:

Introduzione de “I meridiani Shiatsu” Atlante di Fabio Zagato, Edra Edizioni, Milano, 2015,

informazioni  sulle diverse tecniche e sugli aspetti più scientifici dello shiatsu in:

Andrea Mascaro “Lo Shiatsu”  in “La PNEI e le disciplinee corporee” di AA.VV., Edra Edizioni, Milano, 2018.

Articolo su naturalmania.it

Ringrazio gli amici di www.naturalmania.it che mi hanno chiesto un contributo di approfondimento

Potete leggerlo qui e già che ci siete date un’occhiata al resto del loro bellissimo sito!

 

Sensibilità differenziata e primitiva

La chiave per un buon trattamento Shiatsu secondo Masunaga non sta tanto nelle capacità tecniche dell’operatore, cioè nelle doti manipolatorie o nel virtuoso gioco delle sue dita, quanto piuttosto nella capacità di sentire in profondità, restando in ascolto della sensibilità primitiva.

La sensibilità primitiva, si contrappone puntualmente alla sensibilità differenziata. Al contrario di questa non si attiva se la coscienza dell’operatore e le sue mani restano vigili in attesa di “sentire qualcosa”, ma si rende percettibile in misura inversamente proporzionale allo stato vigile e cosciente. Vediamole più in dettaglio.

Sensibilità differenziata (occidentale)

Cercare qualcosa da percepire durante l’esplorazione del corpo altrui è una costante del tocco medico occidentale. Non è una nostra esclusiva, anche in Giappone questa modalità del tocco è ben nota e prende il nome di Shokushin o sensazione localizzata. Osserviamola però nel nostro contesto occidentale.

Chiunque ha esperienza della palpazione medica, dall’età pediatrica sino a quella adulta. Il tocco del medico occidentale ha l’obiettivo di individuare un’anomalia (un ingrossarsi dei linfonodi, un ascesso, una diversa tensione muscolare, una deviazione dello scheletro, ecc…). Il suo è un tocco intenzionale, a volte anche fastidioso e doloroso per chi lo riceve. In base alla sua esperienza il nostro medico di famiglia, durante le operazioni di palpazione compirà una serie di operazioni mentali di comparazione che lo condurranno a ritenere la situazione normale o anormale. Com’è noto, per motivi di igiene e profilassi spesso il contatto della pelle del medico con quella del paziente non avviene nemmeno. Negli ultimi anni, poi, i consulti medici si fanno al telefono, e le occasioni di contatto sono ridotte al minimo. Ho esperienza diretta di un medico di famiglia che per aver trascurato di effettuare una visita domiciliare, nonostante i dolori del paziente, ha rischiato di far morire una persona con un tumore alle ovaie! Pur senza arrivare a queste situazioni-limite resta una caratteristica della medicina occidentale l’idea che la conoscenza medica non abbia alcun bisogno del contatto pelle a pelle per emettere il suo verdetto.

Sensibilità primitiva (orientale)

L’approccio proposto da Shizuto Masunaga è diametralmente opposto, al punto che può anche essere difficile da accettare. Per lui non c’è bisogno di avere particolari conoscenze nè un’esperienza pluridecennale: “basta entrare in empatia vitale con lo stato anomalo del malato attraverso l’intermediazione della pelle” (Shiatsu et médicine orientale, p.41). Comparazione ed esperienza non sono affatto indispensabili a prendere coscienza di una condizione di anormalità, l’istinto è sufficiente (ibidem). Il risultato sarà il raggiungimento di un tocco di qualità diversa. In Giappone si chiama Setsushin o percezione vitale globale.

Sarebbe facile reagire a queste affermazioni con un’alzata di spalle o un’aria di superiorità, ma se si riesce per un attimo a non farsi prendere da infantili eurocentrismi si può tentare di considerare le ragioni di Masunaga a cospetto dei nostri pregiudizi correnti.

In primo luogo le concezioni della diagnosi sono diverse nei due contesti culturali. Mentre l’intervento curativo occidentale è sintomatico, quello tradizionale orientale (ma anche antico-occidentale, si pensi ad Ippocrate!) è orientato all’osservazione della persona nel suo complesso. Ciò comporta che un sintomo, per quanto acuto, non è mai considerato determinate per la diagnosi nel trattamento curativo orientale, mentre la sintomatologia è centrale nell’approccio occidentale. Le modalità di accertamento della “malattia” sono sottoposte a vincoli formali stringenti che prescindono dalle caratteristiche individuali (la temperatura corporea, alterazioni nei valori ematici, ecc..) in medicina occidentale mentre le componenti psicosomatiche e fisiognomiche giocano un ruolo maggiore nella medicina orientale.

In secondo luogo per Masunaga non è necessario che il terapeuta manuale che lavora sui meridiani si trovi di fronte a delle anomalie acute, tali da alterare le funzioni organiche o meccaniche, per poter intervenire. Molta attenzione viene posta sul momento preventivo, per cui è perfettamente coerente con l’impostazione culturale orientale individuare uno squilibrio energetico in un soggetto apparentemente “sano” o che “non prova dolore”. Nella nostra cultura invece il dottore si contatta solo nel momento del bisogno, quando cioè il danno di solito ha già prodotto i suoi effetti.

In terzo luogo, ma non certo per ordine di importanza, il contatto tra la pelle dell’operatore e quello del ricevente non è un accidente della terapia, qualcosa da risolvere in fretta per passare poi alla prescrizione del farmaco o dell’analisi di laboratorio. E’ invece attraverso una particolare modalità di intendere il tocco sulla la pelle che agisce il ritmo salutare dello shiatsu. Bisogna subito riconoscere però che non è possibile generalizzare questa concezione di Masunaga alla medicina orientale tradizionale nel suo complesso. In diversi luoghi degli scritti che ci sono giunti tradotti in lingue occidentali egli polemizza con colleghi agopuntori giapponesi che non hanno alcuna propensione alla manipolazione o al contatto prima dell’apposizione degli aghi. Egli rimprovera loro di dimenticare che originariamente, il primo gesto dell’uomo è sempre stato legato alla mano che cerca di tamponare il male con il calore o lo strofinamento. Certe accentuazioni delle sue posizioni (che possono apparire paradossali) sono quindi comprensibili anche nel clima polemico entro il quale l’Autore era inserito e che lo vedevano impegnato non meno della sua attività clinica. Ciò che egli vuole salvare è il ripristino di una purezza della tradizione orientale, e l’idea che quella sensibilità arcaica, primitiva, che passa dal coinvolgimento empatico tra operatore e ricevente, è alla base dell’efficacia del trattamento.

Masunaga è molto preciso in merito: se il terapeuta riesce a far comunicare la sua sensibilità primitiva con quella del ricevente la stimolazione esercitata sui Keïketsu (i 365 punti di agopuntura distribuiti sui 12 meridiani principali) agirà risvegliando la risonanza dei meridiani e quindi l’equilibrio si propagherà nella totalità del corpo (ibidem, p.40). La sensibilità primitiva è qualcosa di cui si fa esperienza quotidiana senza alcun bisogno di avere gradi di illuminazione superiore. Essa è in azione – ad esempio – al momento del risveglio, quando ancora la nostra attenzione non è orientata verso nessun oggetto o scopo in particolare. Certo, per l’operatore, raggiungere uno stato di tranquillità mantenendo una tensione muscolare uniforme e contemporaneamente non orientata ad interpretare ciò che sta toccando, è operazione tutt’altro che semplice e richiede una notevole capacità di concentrazione. Ma quanto più sarà senza volontà il tocco tanto maggiore sarà il coinvolgimento della sensibilità primitiva dell’operatore. Egli deve sforzarsi di entrare in uno “stato di tranquillità” capace di neutralizzare la sua percettività tattile a livello della pelle, alfine di tendere all’abolizione della separazione netta tra io e l’altro. “La vita è nella sua essenza qualcosa che ha a fare con lo scambio e si avverte grazie alla simpatia reciproca attraversando le frontiere del sè” (ibidem p.41). Siamo qui di fronte ad uno degli snodi più profondi e filosoficamente densi del lavoro di Masunaga che sarebbe impossibile apprezzare senza il riferimento alla radice zen e taoista della sua lezione. Le nostre obiezioni sorgono spontanee e implacabili, come quelle dello studente (ma in realtà professore di filosofia) Herrigel al cospetto dell’enigmatico maestro Awa Kenzo. Com’è possibile agire senza agire? Scoccare la freccia e portare il peso senza che sia veramente questo mio corpo a farlo intenzionalmente?

Anche la non-volontà del tocco deve essere comunque mossa da un’intenzione, seppur non finalizzata, e la tecnica ha le sue esigenze di attenzione vigile quando si appresta a cercare i kyo e i jitsu nello scorrimento del Qi attraverso I meridiani. Eppure, la freccia che parte dall’arco dell’iniziato all’arte del kyudo si tira da sè, tanto che quando il tiro riesce si usa riverire con un inchino non il tiratore ma l’arte che lo ha animato, così nello shiatsu di Masunaga lo stato di tranquillità, di “atarassia” – scrive – corrisponde nello stesso modo a quel lasciarsi andare senza sforzo verso il non-sè, cioè verso il proprio vero sé.

Bibliografia

Masunaga S., Shiatsu et médicine orientale Le courrier du Livre, 2010.

Herrigel E., Lo zen e il tiro con l’arco, Adelphi, 1975.

Manuale di agopuntura,Hoepli, 1999.

“Dare spazio” il master di Valter Vico su Shiatsu e disabilità

Di ritorno da una due giorni (29-30 giugno 2019) di studio e pratica presso la bellissima struttura gestita dalla cooperativa Nuova Idea ad Abano Terme (PD).

 

Il master ha rappresentato un’occasione per ascoltare osservare e praticare alcune delle proposte che Valter Vico ci ha offerto sulla base della sua pluridecennale esperienza con persone portatrici di handicap fisico e psichico.

Elvira de Nucci, educatrice oltre che operatrice Shiatsu con grande esperienza ha aperto le danze fornendo un quadro generale delle tipologie di disabilità (degenerativa/stabilizzata, psichica/fisica, congenita/acquisita, ecc…). Ma fin dalle prime battute l’attenzione si è tutta concentrata sulle problematiche relative al contatto, sia della persona disabile con il proprio corpo, sia dell’operatore verso questa categoria di riceventi. Con un approccio pragmatico e concreto che ha caratterizzato l’impianto della due giorni, Elvira ha fatto presente agli operatori di fare attenzione poichè spesso si ha a che fare con corpi accuditi, gravati di complessi e rimozioni da parte della persona disabile; al tempo stesso i disabili non sono bambini e l’operatore deve mantenere le giuste distanze che salvaguardino la dignità di entrambi, senza sentimentalismi nè slanci amorevoli scriteriati. Dal tono della voce all’abbigliamento, una molteplicità di dimensioni cui tenere conto. Gli aspetti  pratici del lavoro con le persone disabili sono state costantemente al centro della scena per entrambi gli autori, e se il setting si è rivelato importante ancora più centralità è stata data alla relazione che si viene ad instaurare tra terapeuta e ricevente.

Valter Vico partendo dal presupposto che l’operatore non ha in generale – e ancora più in questi casi – nessun potere salvifico e di cura della malattia in quanto tale, ha sottolineato la responsabilità di rendere contenta la persona portatrice di handicap. Questa apparente banalità si converte nel suo contrario se seguiamo la sua proposta operativa basata sul dare spazio, accrescere le possibilità, sia sul piano fisico (anche solo del respiro in caso di immobilità del ricevente) sia sul piano mentale. Spesso infatti, soprattutto gli autistici hanno proprio nella chiusura posturale e di conseguenza psichica la cifra caratteristica. Vico ha dato delle indicazioni su particolari sequenze di punti da utilizzare nel ripristino di funzioni biologiche, e pur non ignorando il ruolo dei meridiani ha proposto di  spostare l’attenzione maggiormente sui dismorfismi, cioè sulle modificazioni della forma corporea del disabile  che comportano spesso una sofferenza silenziosa e che magari data per scontata anche dai care-givers più prossimi, come i familiari. A differenza della fisioterapia però l’approccio resta energetico, anche se piuttosto diverso da quello proposto da Masunaga. Seguire la forma che la disabilità ha imposto, seguirne e assecondarne fino ad un certo punto le linee di tensione, questo il metodo profondamente empatico proposto da Vico: ” osservate la postura, le contrazioni degli arti, poi chiudetevi in bagno per un’ora. Durante questo periodo assumete la sua stessa postura della persona che tratterete…  adesso sentite su di voi quelle linee di tensione, quali meridiani interessa e percepite quale forza straordinaria e spiacevole sta modellando il vostro corpo”. Una situazione immersiva, “tridimensionale” come l’ha efficacemente battezzata lo stesso Vico, che rompendo ogni distanza impegna in un lavoro percettivo assai raffinato che solo un maestro riesce a sviluppare appieno… Poi, dopo aver raggiunto una soglia si comincia ad andare nella posizione opposta, si “aprono le ali”, senza forzare e con leggera progressione si cerca cioè di dare spazio al corpo-mente compresso da tali forze.

In conclusione un’esperienza nuova, di grande arricchimento professionale, anche perchè sono stati affrontati vari aspetti del lavoro con la disabilità, non ultimo quello burocratico-amministrativo, spesso carente e non pienamente valutato da parte dall’operatore al momento della presentazione di un progetto presso una struttura.

Ringrazio Valter ed Elvira per questa opportunità e tutti i simpaticissimi compagni di viaggio che ho incontrato, dalla cui esperienza ho appreso e imparato.

 

Uno studio di caso

Nel 2018 ho condotto uno studio di caso presso una residenza diurna psichiatrica a Sesto Fiorentino.
 Di seguito presento in sintesi il disegno della ricerca i risultati osservati le criticità riscontrate


Disegno della ricerca

1 ciclo di 9 trattamenti (1/settimana)

Ricevente affetto da sordomutismo  e dipendenza da sostanze stupefacenti (donna di 44 anni con diverse problematiche anche di tipo comportamentale e un’esperienza carceraria alle spalle)

Per ogni sessione:

  • 1 trattamento shiatsu 45/60 minuti
  • 3 questionari ( inizio/fine trattamento 1 scala VAS +  inizio trattamento 1 scala ESAS)

Di seguito gli strumenti utilizzati

Le scale VAS (più immediata) ed ESAS sono qualitative e soggettive, nel senso che cercano di cogliere nell’immediato lo stato d’animo e di fotografare la percezione soggettiva dell’utente. Nel caso di un utente psichiatrico naturalmente questi strumenti – già di per sè non scevri da criticità – sono ancora più complessi da analizzare, soprattutto se non vengono integrati (come è stato in questo caso) da strumenti di valutazione provenienti da altre fonti qualificate (operatori sanitari e familiari). Purtroppo per i limiti organizzativi e logistici di questa esperienza non è stato possibile ricavare tali ulteriori dati e incrociarli con i risultati dei questionari.

Queste  le risposte del Ricevente visualizzate attraverso grafici

I risultati

Nell’ultimo grafico (pag.6)  vengono accostati risultati pre/post VAS (quindi prima e dopo il trattamento) e la scala di benessere generale che non è altro che la media ricavata dalle risposte della scala ESAS. La ragione del picco di benessere raggiunto in modo improvviso nel corso della quinta seduta non è stato possibile spiegarlo. Tuttavia dall’andamento del grafico del benessere generale si nota un miglioramento sensibile rispetto all’inizio del trattamento.

Nel follow-up (a 6 mesi dalla fine dei trattamenti) i miglioramenti più sensibili si sono registrati sotto il profilo dell’umore, ma non solo. Il Ricevente ha intrapreso una dieta e ha deciso di riprendere ad andare a cavallo, un’antica passione che era stata accantonata. Anche i rapporti con i familiari più stretti sono migliorati!

Confermati tutti gli aspetti già emersi in tutti gli studi simili, legati al maggior coinvolgimento del Ricevente attraverso un progressivo (seppur minimo) rilassamento dei tessuti e una regolarizzazione del respiro.

Le criticità

  1. mancato o scarso coordinamento con le altre figure di cura (psicologo/assistente sociale/medico, ecc…;
  2. mancato o scarso collegamento con i familiari;
  3. mancanza di continuità operativa (più cicli di trattamento e quindi osservazioni più consistenti da un punto di vista temporale);
  4. necessità di incrociare più fonti informative in caso di persone affette da problematiche psichiche di una certa entità.

Se hai esperienze di questo tipo,  hai usato altri strumenti di valutazione, oppure vuoi commentare, usa questo spazio per condividere

Volontariato e Shiatsu

In Italia, com’è noto, il volontariato supplisce da sempre alle carenze del sistema di welfare state. Da diversi anni, da quando cioè il “taglio alle spese” ha cominciato a mordere, prima i comuni e recentemente le strutture di assistenza e cura primarie come gli ospedali e i PS hanno cominciato a sentire sulla pelle gli effetti di una politica costante di tagli e riduzioni di risorse.

Che anche gli operatori shiatsu contribuiscano con la loro opera gratuita al benessere di tante persone è l’ennesima dimostrazione della serietà e dell’impegno che tanto la Federazione quanto i singoli profondono nel portare avanti la conoscenza e i benefici dello shiatsu.

Mi domando però se così facendo non si contribuisca a collocare la disciplina in una nicchia secondaria, subordinata rispetto ai trattamenti sanitari convenzionali, accettando di fatto che fare shiatsu sia considerato un “hobby”, e che quindi anche dall’esterno sia percepito come poco essenziale.

Lungi da me criticare i volontari e il loro prezioso contributo, ma non sarebbe più utile cominciare a lottare affinchè lo shiatsu venisse inserito stabilmente nei protocolli multidisciplinari di cura che già esistono, ad esempio nel campo della disabilità psichica, piuttosto che limitarsi a proporre interventi esterni, che nel 99,9% dei casi forniscono ottimi risultati ma che si affidano al “buon cuore” dei dirigenti ASL per una loro implementazione e un inquadramento più stabile nelle strutture pubbliche?

Cosa sono i meridiani?

Tratto dall’Introduzione de “I meridiani Shiatsu. Atlante” di Zagato Fabio, Edra Edizioni, Milano, 2015. Fabio Zagato è il caposcuola dell’Istituto Ricerche e Terapie Energetiche (I.R.T.E.)

“A volte i Meridiani Energetici vengono presentati come una sorta di rete autostradale, separata e differente da ciò che attraversa, obbligatoriamente disposta secondo latitudini e longitudini invariabili. E’ più appropriato forse considerare i Meridiani come grandi correnti oceaniche, acqua nell’acqua, quindi. Le correnti, per quanto di sostanza non differenziabile dall’oceano che le contiene, presentano caratteristiche e componenti del tutto specifiche, tali da influenzare radicalmente la vita dell’oceano stesso. Proprio per la loro consonanza con ciò in cui si muovono, sono relativamente variabili e, nel loro ramificarsi, confluire e disperdersi nell’indifferenziato, rendono pretenziosa qualsiasi certezza. Le correnti che attraversano l’uomo-energia non sono cosa diversa dal territorio che attraversano, perchè l’intero corpo-mente deve essere considerato come un unico oceano energetico”

Di seguito presentiamo i Meridiani di Masunaga confermati e completati da Zagato

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Nelle tavole oltre alle Aree energetiche sull’addome sul dorso sono presenti anche tre tabelle ai piedi delle figure.

Nella prima tabella il Ciclo circadiano energetico che mostra sia l’ordine di apparizione nel microcosmo umano dei cinque movimenti energetici (il Fuoco si presenta nella duplice veste di Fuoco Imperiale e Ministro) sia i picchi energetici massimi e minimi degli organi e visceri associati alle logge energetiche.

Nella seconda tabella troviamo il Ciclo di Nutrizione o di Mutua Produzione (ciclo Sheng) dei Cinque  movimenti energetici. In questa sequenza la fase generatrice è detta normale, con i movimenti che assumono a turno il ruolo di movimento generato e generante (rispettivamente madre e figlio). Ad esempio il Legno genera il Fuoco, il Fuoco da Figlio del Legno diventa Madre della Terra e così via…

Nella terza tabella troviamo il Ciclo di Temperanza o di Mutuo Controllo (ciclo Ké) dei Cinque movimenti energetici. In questa sequenza ciascuna fase energetica tiene sotto controllo un altro movimento. Essa, combinandosi con il ciclo precedente assicura che non vi siano eccessi nel ciclo nutritivo (ciclo Sheng).

I progetti shiatsu con la disabilità

Sulla rivista della FISIEO Shiatsunews si trovano diverse notizie di progetti di supporto alla disabilità. Una grande parte di tali progetti è portata avanti dalla VIS FISIEO la sezione di volontariato della FISIEO. I luoghi dove viene portato lo shiatsu sono residenze sanitarie diurne, associazioni, ospedali. I progetti si basano spesso sul fatto che lo shiatsu è un approccio facilitato per entrare in una relazione di aiuto e scambio con persone disabili.

A differenza della medicina allopatica contemporanea e in maniera più simile alla medicina classica antica (orientale e occidentale) lo shiatsu considera ogni individuo nella sua specificità energetica, risulta quindi naturale un approccio basato sulla sensibilità e sulle caratteristiche individuali della persona portatrice di handicap. In questo modo la presunta deficienza fisica o mentale passa in secondo piano ed il focus è sempre concentrato sulle specificità individuali.

Gli aspetti emozionali sono pertanto presi sempre in considerazione. Come riportano le esperienze molti shiatsuki che operano con le persone portatrici di varie forme di handicap fanno precedere il trattamento vero e proprio da esercizi respiratori di rilassamento, un ottimo sistema per diminuire le tensioni e le ansie superficiali, e per rompere il ghiaccio senza essere invasivi.

Sul n. 50 del dicembre 2015 di Shiatsunews si riporta l’esperienza di un progetto condotto a Cuneo in un centro Diurno assieme a persone con disagi differenziati e complessi, con deficit sia cognitivi che fisici. Gli obiettivi di questo progetto ben riassumono gli intenti che informano gran parte di questo tipo di progetti:

  • favorire relax psicomotorio con riduzione di comportamenti dovuti all’ansia (si tratta spesso di comportamenti verbali e non-verbali stereotipati)
  • favorire consapevolezza rispetto alla sensazioni elementari provenienti dal proprio corpo (contatto tattile e percezione del respiro)
  • migliorare la coordinazione/integrazione tra schemi motori e schemi mentali (possono ottenersi anche tramite ginnastica attiva o insegnamento di esercizi pratici semplici)
  • favorire un clima tra le persone del Diurno più disteso (spesso esistono difficoltà relazionali)

In particolare l’autopercezione di sè attraverso il tocco è una risorsa terapeutica che solitamente non viene apprezzata nelle relazioni di cura, mentre è fondamentale, soprattutto con un certo tipo di disabilità. Significativo in merito quanto scrive un’operatrice-responsabile del progetto appena riportato, Elvira de Nucci quando scrive: “la percezione del ‘come-mi-sento-ora’ anche in situazioni di disabilità intellettiva aumenta la possibilità che la persona aumenti i comportamenti e le situazioni di benessere e trovi con l’aiuto degli operatori le modalità di affrontare/superare i comportamenti problematici”.

Non mancano naturalmente le criticità. Tra quelle più spesso riportate nei diversi progetti passati in rassegna segnalo:

  • le difficoltà motorie dei partecipanti
  • il poco tempo a disposizione rispetto alle necessità del trattamento
  • la presenza dei parenti durante i trattamenti (pudore o imbarazzo/invadenza del parente)
  • la scarsa circolazione delle esperienze tra i partecipanti dopo i trattamenti (necessità di focus-group)

Alle difficoltà soggettive di alcune persone, si sommano quindi delle problematiche oggettive che possono essere affrontate nella misura in cui simili progetti vengono integrati nei protocolli di cura delle strutture ospitanti e non restano utili quanto sporadici momenti di “svago”.

Lì dove la sensibilità del management ospedaliero o delle ASL ha colto la profonda valenza terapeutica dello shiatsu, come nella ASL Guido Salvini di Rho, Bollate e Garbagnate Milanese, gli operatori shiatsu sono riusciti a mettere in piedi un vero e proprio studio (disegno della ricerca, selezione del campione, elaborazione di questionari, report dei risultati) sugli effetti dei trattamenti shiatsu sui pazienti oncologici. I dettagli di questa rilevante esperienza potete trovarli su Shiatsunews numero 43 marzo 2014.

Se lo ritieni utile lascia qui il tuo commento o riporta la tua esperienza

Shiatsu e Anma

L’originalità di Masunaga non sta solo nelle innovazioni che portò nello Shiatsu a livello di tecnica ma anche in una visione del suo personale progetto di ricerca. Masunaga è un maestro di discipline orientali giapponesi che non si è limitato a venire in contatto con la cultura occidentale. Egli l’ha fatta propria, l’ha apprezzata e ha stabilito un dialogo, a volte conflittuale, ma costante e ininterrotto. Masunaga aveva un’alta considerazione della scienza e del metodo sperimentale di verifica dei risultati scientifici, e intendeva porre le acquisizioni della cultura tradizionale da cui proveniva in condizione di confrontarsi senza riserve con la scienza occidentale. Non mostra pregiudizi verso altre forme di trattamento: senza mezzi termini, scrive che na differenza di altri, non ritiene il massaggio occidentale, lo shiatsu e l’anma tre terapie distinte con grandi differenze tra loro. Tutte e tre hanno dimostrato la loro efficacia. Sono piuttosto le logiche di intervento che differiscono. L’anma e il massaggio europeo (probabilmente Masunaga fa riferimento a tecniche fisioterapiche o di massoterapia) stimolano direttamente la circolazione sanguigna, rendono scorrevole il sangue stagnante nella cute e nei muscoli e quindi diminuiscono la rigidità e la tensione derivanti da stasi circolatorie. Invece lo shiatsu agisce principalmente sulla struttura ossea, le articolazioni e i tendini operando sui meridiani, il cui cattivo funzionamento altera la struttura corporea e il sistema nervoso vegetativo”.

An- significa “calmare con la mano” e ma significa “massaggiare per rimuovere”. E’ il massaggio giapponese tradizionale. Originario della Cina si avvale di tecniche di stiramento, frizione e mobilizzazione finalizzate al ripristino della salute. Secondo Masunaga l’An-ma ha una forma ben precisa, a differenza dello shiatsu che è invece l’incontro di diverse pratiche manuali, il cui unico minimo comune denominatore è la pressione mantenuta costante.

Apparentemente dunque An-ma e shiatsu hanno effetti diametralmente opposti in quanto l’Anma attiva il versante simpatico del SNA mentre lo shiatsu stimolerebbe il parasimpatico. Ma d’altra parte lo shiatsu deriva dal più antico Anma. Come si spiega dunque questa apparente contraddizione?

E’ lo stesso Masunaga a chiarire la questione. La radice, l’origine è comune. Commentando l’ideogramma che sta per -ma Masunaga osserva come questo rappresenti l’atto di spostare un oggetto da una parte ad un’altra. Calato nel trattamento manuale egli traduce “muovere le mani come per lucidare una pietra”. Questo significa “dispersione”. L’altro ideogramma, che sta per An-, rappresenta l’atto del riempire, ma indica anche una cucitura, cioè una pezza di stoffa unita tramite un filo ad un tessuto identico a simboleggiare che quando un elemento manca qualcosa dello stesso genere colma tale insufficienza. Da qui la correttezza anche etimologica del significato di An- come “adagiare la mano con calma”. In questo caso in termini di trattamento si parla di “tonificare”. Se facciamo riferimento alla metodologia di lavoro di Masunaga ricordiamo che individuare i kyo (vuoto) e il jitsu (pieno) del meridiano è essenziale per capire il tipo di intervento da praticare. Il lavoro avrà poi il compito appunto di “tonificare” o “disperdere”. Nel caso di un pieno jitsu si attuerà la dispersione, viceversa la tonificazione in caso di un vuoto o kyo. Quindi la modalità di lavoro è simile. Ecco quindi che a prescindere dalle evoluzioni nella forma e della fortuna dell’Anma, è legittimo considerarla come la tecnica progenitrice dello Shiatsu, semmai quest’ultimo avrà una maggiore consapevolezza sugli effetti neurofisiologici del suo intervento rispetto alla pura manualità pratica dell’An-ma.

 

Bibliografia

Masunaga S., Manuale di Shiatsu per corrispondenza, II° mese, 2014

Masunaga S., Zen Shiatsu, Mediterranee, 1979

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