studioshiatsu

di Stefano Pighini

Categoria: disabilità & shiatsu

Shiatsu e disabilità: l’esperienza di Beatrice

Continua la nostra indagine nell’esplorazione delle potenzialità dello shiatsu nel lavoro con la disabilità. Oggi incontriamo Beatrice Cioni un’operatrice diplomata alla mia stessa scuola, che ci parla della sua esperienza.

Buona lettura

 

D: Ciao Bea puoi presentarti?

R: Sono educatrice ed operatrice shiatsu. Lavoro in una cooperativa sociale dove mi occupo di dare un sostegno ai ragazzi disabili sia nella scuola che a livello extrascolastico. Si ha a che fare con famiglie disagiate che necessitano di supporto anche oltre l’orario scolastico. Il luogo di lavoro è un centro diurno, “Felicittà” a Sesto Fiorentino.

D: qual’è stato il tuo percorso per arrivare a proporre shiatsu ai ragazzi disabili?

R: il primo progetto risale al 2016, ed era tarato esattamente sulle esigenze delle persone che accoglieva il centro diurno, ragazzi con disabilità grave sia fisica che psichica (ma soprattutto psichica): lo shiatsu pensato quindi come disciplina capace di integrare le loro attività, migliorandone la risposta sotto diversi profili. Purtroppo però il progetto non venne preso in considerazione, e giace ancora in un cassetto. In seguito però, continuando a lavorare nello stesso posto in qualità di educatrice, ho cercato di utilizzare dei “momenti morti” in cui i ragazzi non avevano attività (tra cui la danza, ricerca dell’autonomia, giochi di socializzazione, ecc…) proponendo piccoli approcci fisici consapevoli: ad esempio lo sblocco delle mani, oppure piccoli tocchi sui trapezi, sulla schiena….

D: Come si sviluppavano gli incontri?

R: Inizialmente ero io che li eseguivo sul loro corpo, poi ho iniziato a proporre che facessero lo stesso  tra di loro. In quel modo cominciarono a toccarsi in un modo diverso rispetto a quello consueto del gioco codificato oppure del gioco un po’ più “violento” (tipo spinte, o un tocco poco consapevole). Dall’anno scorso purtroppo tutto questo non è più possibile causa covid.

D: Quali strumenti hai usato in questi incontri, diciamo così “speciali”?

R: Anzitutto, come ti dicevo, ho cercato di trasmettere la consapevolezza dell’importanza del toccare, e toccarsi; ma di grande importanza è anche la consapevolezza del respiro, che nello shiatsu è pure fondamentale, e aggiungo, del silenzio: spesso in caso di disabilità psichica la mente è iperattiva, e i ragazzi fanno fatica a stare in ascolto degli altri ma anche di se stessi. Imparare il silenzio e a respirare profondamente sono passaggi necessari prima di iniziare l’approccio allo shiatsu. Il nostro metodo (scuola I.R.T.E.) pone già grande attenzione alla progressività, ma nel caso di persone con disabilità grave, soprattutto psichica, questa progressività da parte dell’operatore deve partire molto prima che si arrivi al contatto. Si passa quindi prima dal dialogo e da tocchi fisici, magari generici, tipo lo sfioramento che servono a conquistare con un lavoro paziente (e a volte lungo) la fiducia, un momento indispensabile di ogni relazione interpersonale.

D: Se dovessi dare un consiglio ad un operatore che non ha mai fatto shiatsu con una persona disabile, sia fisica che psichica, e potessi scegliere una sola indicazione, quale daresti?

R: essere sempre, sempre, sempre, leggerissimi. Bisogna sempre tenere presente che siamo in presenza di congestioni importanti, non solo su un piano psichico. Pensiamo ad esempio agli stati infiammatori cronici che possiamo percepire sotto le nostre mani, situazioni che vanno trattate sempre con la massima attenzione.

D: Quali sono gli effetti principali del tuo lavoro con le persone disabili?

R: A mio avviso già il fatto che mi vengano richiesti da loro i trattamenti, lo considero un punto di arrivo importante. In generale i ragazzi sono più tranquilli nell’ approccio sia verso il loro corpo sia nel rapporto con gli altri. Magari questo effetto dura un’ora, poi riemergono gli schemi consueti, ma è già un benessere per loro significativo.

D: Ci sono altre attività terapeutiche oltre lo shiatsu che sono efficaci in questi casi?

R: senz’altro la fisioterapia è fondamentale. Peccato però che non ci sia molto dialogo tra professionisti, ancora lo shiatsu non è molto considerato. Riscontro un certo scetticismo, cosa non nuova, rispetto ad altre figure professionali. Ultimamente però altre figure professionali (tipo fisioterapeuti, infermieri,, ecc…) stanno cominciando a riconoscere l’efficacia “a lungo termine” di ricevere shiatsu. Sono fiduciosa per il futuro.

 

 

 

Settimana dello Shiatsu 2020

Il video-intervista registrato in occasione della Settimana dello Shiatsu 2020 a cura della FISIEO.

L’esperienza diretta dei professionisti, la voce dei familiari. Le potenzialità dello shiatsu non solo per chi lo riceve ma anche per chi lo pratica….

Shiatsu con i disabili

 

“Dare spazio” il master di Valter Vico su Shiatsu e disabilità

Di ritorno da una due giorni (29-30 giugno 2019) di studio e pratica presso la bellissima struttura gestita dalla cooperativa Nuova Idea ad Abano Terme (PD).

 

Il master ha rappresentato un’occasione per ascoltare osservare e praticare alcune delle proposte che Valter Vico ci ha offerto sulla base della sua pluridecennale esperienza con persone portatrici di handicap fisico e psichico.

Elvira de Nucci, educatrice oltre che operatrice Shiatsu con grande esperienza ha aperto le danze fornendo un quadro generale delle tipologie di disabilità (degenerativa/stabilizzata, psichica/fisica, congenita/acquisita, ecc…). Ma fin dalle prime battute l’attenzione si è tutta concentrata sulle problematiche relative al contatto, sia della persona disabile con il proprio corpo, sia dell’operatore verso questa categoria di riceventi. Con un approccio pragmatico e concreto che ha caratterizzato l’impianto della due giorni, Elvira ha fatto presente agli operatori di fare attenzione poichè spesso si ha a che fare con corpi accuditi, gravati di complessi e rimozioni da parte della persona disabile; al tempo stesso i disabili non sono bambini e l’operatore deve mantenere le giuste distanze che salvaguardino la dignità di entrambi, senza sentimentalismi nè slanci amorevoli scriteriati. Dal tono della voce all’abbigliamento, una molteplicità di dimensioni cui tenere conto. Gli aspetti  pratici del lavoro con le persone disabili sono state costantemente al centro della scena per entrambi gli autori, e se il setting si è rivelato importante ancora più centralità è stata data alla relazione che si viene ad instaurare tra terapeuta e ricevente.

Valter Vico partendo dal presupposto che l’operatore non ha in generale – e ancora più in questi casi – nessun potere salvifico e di cura della malattia in quanto tale, ha sottolineato la responsabilità di rendere contenta la persona portatrice di handicap. Questa apparente banalità si converte nel suo contrario se seguiamo la sua proposta operativa basata sul dare spazio, accrescere le possibilità, sia sul piano fisico (anche solo del respiro in caso di immobilità del ricevente) sia sul piano mentale. Spesso infatti, soprattutto gli autistici hanno proprio nella chiusura posturale e di conseguenza psichica la cifra caratteristica. Vico ha dato delle indicazioni su particolari sequenze di punti da utilizzare nel ripristino di funzioni biologiche, e pur non ignorando il ruolo dei meridiani ha proposto di  spostare l’attenzione maggiormente sui dismorfismi, cioè sulle modificazioni della forma corporea del disabile  che comportano spesso una sofferenza silenziosa e che magari data per scontata anche dai care-givers più prossimi, come i familiari. A differenza della fisioterapia però l’approccio resta energetico, anche se piuttosto diverso da quello proposto da Masunaga. Seguire la forma che la disabilità ha imposto, seguirne e assecondarne fino ad un certo punto le linee di tensione, questo il metodo profondamente empatico proposto da Vico: ” osservate la postura, le contrazioni degli arti, poi chiudetevi in bagno per un’ora. Durante questo periodo assumete la sua stessa postura della persona che tratterete…  adesso sentite su di voi quelle linee di tensione, quali meridiani interessa e percepite quale forza straordinaria e spiacevole sta modellando il vostro corpo”. Una situazione immersiva, “tridimensionale” come l’ha efficacemente battezzata lo stesso Vico, che rompendo ogni distanza impegna in un lavoro percettivo assai raffinato che solo un maestro riesce a sviluppare appieno… Poi, dopo aver raggiunto una soglia si comincia ad andare nella posizione opposta, si “aprono le ali”, senza forzare e con leggera progressione si cerca cioè di dare spazio al corpo-mente compresso da tali forze.

In conclusione un’esperienza nuova, di grande arricchimento professionale, anche perchè sono stati affrontati vari aspetti del lavoro con la disabilità, non ultimo quello burocratico-amministrativo, spesso carente e non pienamente valutato da parte dall’operatore al momento della presentazione di un progetto presso una struttura.

Ringrazio Valter ed Elvira per questa opportunità e tutti i simpaticissimi compagni di viaggio che ho incontrato, dalla cui esperienza ho appreso e imparato.

 

Uno studio di caso

Nel 2018 ho condotto uno studio di caso presso una residenza diurna psichiatrica a Sesto Fiorentino.
 Di seguito presento in sintesi il disegno della ricerca i risultati osservati le criticità riscontrate


Disegno della ricerca

1 ciclo di 9 trattamenti (1/settimana)

Ricevente affetto da sordomutismo  e dipendenza da sostanze stupefacenti (donna di 44 anni con diverse problematiche anche di tipo comportamentale e un’esperienza carceraria alle spalle)

Per ogni sessione:

  • 1 trattamento shiatsu 45/60 minuti
  • 3 questionari ( inizio/fine trattamento 1 scala VAS +  inizio trattamento 1 scala ESAS)

Di seguito gli strumenti utilizzati

Le scale VAS (più immediata) ed ESAS sono qualitative e soggettive, nel senso che cercano di cogliere nell’immediato lo stato d’animo e di fotografare la percezione soggettiva dell’utente. Nel caso di un utente psichiatrico naturalmente questi strumenti – già di per sè non scevri da criticità – sono ancora più complessi da analizzare, soprattutto se non vengono integrati (come è stato in questo caso) da strumenti di valutazione provenienti da altre fonti qualificate (operatori sanitari e familiari). Purtroppo per i limiti organizzativi e logistici di questa esperienza non è stato possibile ricavare tali ulteriori dati e incrociarli con i risultati dei questionari.

Queste  le risposte del Ricevente visualizzate attraverso grafici

I risultati

Nell’ultimo grafico (pag.6)  vengono accostati risultati pre/post VAS (quindi prima e dopo il trattamento) e la scala di benessere generale che non è altro che la media ricavata dalle risposte della scala ESAS. La ragione del picco di benessere raggiunto in modo improvviso nel corso della quinta seduta non è stato possibile spiegarlo. Tuttavia dall’andamento del grafico del benessere generale si nota un miglioramento sensibile rispetto all’inizio del trattamento.

Nel follow-up (a 6 mesi dalla fine dei trattamenti) i miglioramenti più sensibili si sono registrati sotto il profilo dell’umore, ma non solo. Il Ricevente ha intrapreso una dieta e ha deciso di riprendere ad andare a cavallo, un’antica passione che era stata accantonata. Anche i rapporti con i familiari più stretti sono migliorati!

Confermati tutti gli aspetti già emersi in tutti gli studi simili, legati al maggior coinvolgimento del Ricevente attraverso un progressivo (seppur minimo) rilassamento dei tessuti e una regolarizzazione del respiro.

Le criticità

  1. mancato o scarso coordinamento con le altre figure di cura (psicologo/assistente sociale/medico, ecc…;
  2. mancato o scarso collegamento con i familiari;
  3. mancanza di continuità operativa (più cicli di trattamento e quindi osservazioni più consistenti da un punto di vista temporale);
  4. necessità di incrociare più fonti informative in caso di persone affette da problematiche psichiche di una certa entità.

Se hai esperienze di questo tipo,  hai usato altri strumenti di valutazione, oppure vuoi commentare, usa questo spazio per condividere

Volontariato e Shiatsu

In Italia, com’è noto, il volontariato supplisce da sempre alle carenze del sistema di welfare state. Da diversi anni, da quando cioè il “taglio alle spese” ha cominciato a mordere, prima i comuni e recentemente le strutture di assistenza e cura primarie come gli ospedali e i PS hanno cominciato a sentire sulla pelle gli effetti di una politica costante di tagli e riduzioni di risorse.

Che anche gli operatori shiatsu contribuiscano con la loro opera gratuita al benessere di tante persone è l’ennesima dimostrazione della serietà e dell’impegno che tanto la Federazione quanto i singoli profondono nel portare avanti la conoscenza e i benefici dello shiatsu.

Mi domando però se così facendo non si contribuisca a collocare la disciplina in una nicchia secondaria, subordinata rispetto ai trattamenti sanitari convenzionali, accettando di fatto che fare shiatsu sia considerato un “hobby”, e che quindi anche dall’esterno sia percepito come poco essenziale.

Lungi da me criticare i volontari e il loro prezioso contributo, ma non sarebbe più utile cominciare a lottare affinchè lo shiatsu venisse inserito stabilmente nei protocolli multidisciplinari di cura che già esistono, ad esempio nel campo della disabilità psichica, piuttosto che limitarsi a proporre interventi esterni, che nel 99,9% dei casi forniscono ottimi risultati ma che si affidano al “buon cuore” dei dirigenti ASL per una loro implementazione e un inquadramento più stabile nelle strutture pubbliche?

I progetti shiatsu con la disabilità

Sulla rivista della FISIEO Shiatsunews si trovano diverse notizie di progetti di supporto alla disabilità. Una grande parte di tali progetti è portata avanti dalla VIS FISIEO la sezione di volontariato della FISIEO. I luoghi dove viene portato lo shiatsu sono residenze sanitarie diurne, associazioni, ospedali. I progetti si basano spesso sul fatto che lo shiatsu è un approccio facilitato per entrare in una relazione di aiuto e scambio con persone disabili.

A differenza della medicina allopatica contemporanea e in maniera più simile alla medicina classica antica (orientale e occidentale) lo shiatsu considera ogni individuo nella sua specificità energetica, risulta quindi naturale un approccio basato sulla sensibilità e sulle caratteristiche individuali della persona portatrice di handicap. In questo modo la presunta deficienza fisica o mentale passa in secondo piano ed il focus è sempre concentrato sulle specificità individuali.

Gli aspetti emozionali sono pertanto presi sempre in considerazione. Come riportano le esperienze molti shiatsuki che operano con le persone portatrici di varie forme di handicap fanno precedere il trattamento vero e proprio da esercizi respiratori di rilassamento, un ottimo sistema per diminuire le tensioni e le ansie superficiali, e per rompere il ghiaccio senza essere invasivi.

Sul n. 50 del dicembre 2015 di Shiatsunews si riporta l’esperienza di un progetto condotto a Cuneo in un centro Diurno assieme a persone con disagi differenziati e complessi, con deficit sia cognitivi che fisici. Gli obiettivi di questo progetto ben riassumono gli intenti che informano gran parte di questo tipo di progetti:

  • favorire relax psicomotorio con riduzione di comportamenti dovuti all’ansia (si tratta spesso di comportamenti verbali e non-verbali stereotipati)
  • favorire consapevolezza rispetto alla sensazioni elementari provenienti dal proprio corpo (contatto tattile e percezione del respiro)
  • migliorare la coordinazione/integrazione tra schemi motori e schemi mentali (possono ottenersi anche tramite ginnastica attiva o insegnamento di esercizi pratici semplici)
  • favorire un clima tra le persone del Diurno più disteso (spesso esistono difficoltà relazionali)

In particolare l’autopercezione di sè attraverso il tocco è una risorsa terapeutica che solitamente non viene apprezzata nelle relazioni di cura, mentre è fondamentale, soprattutto con un certo tipo di disabilità. Significativo in merito quanto scrive un’operatrice-responsabile del progetto appena riportato, Elvira de Nucci quando scrive: “la percezione del ‘come-mi-sento-ora’ anche in situazioni di disabilità intellettiva aumenta la possibilità che la persona aumenti i comportamenti e le situazioni di benessere e trovi con l’aiuto degli operatori le modalità di affrontare/superare i comportamenti problematici”.

Non mancano naturalmente le criticità. Tra quelle più spesso riportate nei diversi progetti passati in rassegna segnalo:

  • le difficoltà motorie dei partecipanti
  • il poco tempo a disposizione rispetto alle necessità del trattamento
  • la presenza dei parenti durante i trattamenti (pudore o imbarazzo/invadenza del parente)
  • la scarsa circolazione delle esperienze tra i partecipanti dopo i trattamenti (necessità di focus-group)

Alle difficoltà soggettive di alcune persone, si sommano quindi delle problematiche oggettive che possono essere affrontate nella misura in cui simili progetti vengono integrati nei protocolli di cura delle strutture ospitanti e non restano utili quanto sporadici momenti di “svago”.

Lì dove la sensibilità del management ospedaliero o delle ASL ha colto la profonda valenza terapeutica dello shiatsu, come nella ASL Guido Salvini di Rho, Bollate e Garbagnate Milanese, gli operatori shiatsu sono riusciti a mettere in piedi un vero e proprio studio (disegno della ricerca, selezione del campione, elaborazione di questionari, report dei risultati) sugli effetti dei trattamenti shiatsu sui pazienti oncologici. I dettagli di questa rilevante esperienza potete trovarli su Shiatsunews numero 43 marzo 2014.

Se lo ritieni utile lascia qui il tuo commento o riporta la tua esperienza

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